
Certo, fare una mostra bella e di richiamo con le fotografie di Henri Cartier-Bresson è come segnare un rigore a porta vuota. La statura del maestro francese e la notorietà dei suoi scatti fanno della nuova rassegna ospitata allo Spazio Forma di Milano un evento di sicuro successo. “Henri Cartier-Bresson: di chi si tratta?”, questo il titolo della mostra aperta fino 5 marzo 2007, ripercorre tutta la carriera del fotografo attraverso oltre 250 immagini (di cui 200 contemporanee e 54 d’epoca) dell’autore, ma anche attraverso disegni, documenti, testimonianze e film.
Ideata quando il fotografo (scomparso nel 2004) era ancora in vita, la rassegna è stata inaugurata a Parigi, per poi approdare a Barcellona, Berlino, Amsterdam e Londra.C’è tutto il Cartier-Bresson che ci aspettiamo di vedere, nella sezione centrale, intitolata “I classici”. Ci sono i bambini italiani, francesi, greci e spagnoli nelle strade assolate e polverose delle loro città mediterranee.E accanto a questi esempi più famosi, c’è anche lo sguardo partecipe e insieme asciutto del grande fotografo nei ritratti delle persone qualunque incontrate nei suoi numerosissimi viaggi, dall’Asia all’Europa, dagli Stati Uniti al Messico. Incontriamo l’India della tradizione, con le sue donne avvolte nel sari, conosciuta e ritratta durante tre viaggi successivi, nel 1948, nel 1966 e nel 1980. E poi ancora, la Cina della guerra civile, dove trascorse 11 mesi tra il 1947 e il 1948, documentando l’ingresso a Pechino delle truppe di Mao e la fuga di Chiang Kai-Shek. Oppure i Paesi dell’ex-Urss nell’epoca di Kruscev.Parte della fama di Henri Cartier-Bresson, che nel 1947 fondò l’agenzia fotografica Magnum assieme a Robert Capa, David Seymour e George Rodger, è proprio legata al suo ruolo di testimone di personaggi o momenti cruciali della storia del secolo scorso, dalla liberazione di Parigi al volto di Gandhi poco prima della morte. Ma lui i grandi eventi preferì raccontarli dalla strada, attraverso i volti e la quotidianità di chi quella storia subiva o contribuiva a creare.Fu molto più che un fotoreporter, come si può vedere dalle immagini in mostra. Cresciuto alla scuola di André Lhote, scelse di abbandonare la pittura per la fotografia dopo l’esperienza della seconda guerra mondiale. Gli eventi drammatici e tumultuosi della contemporaneità potevano infatti essere rappresentati, secondo lui, soltanto dalla rapidità dello scatto, che immortala quel “momento decisivo” che è alla base della sua arte.Arte, appunto. Perché le sue immagini non sono mai semplici documenti: molte di esse, e molte di quelle in mostra a Milano, rivelano lo studio e l’accuratezza pittorica della sua formazione. L’uso del bianco e nero, delle luci, la passione per i paesaggi assolati e per la vita quotidiana delle persone sono tratti inconfondibili del grande maestro, da molti definito “l’occhio del secolo”. Mai banale, mai indulgente, mai retorico, Cartier-Bresson imprime nelle sue foto i volti e paesaggi meno noti e meno ovvi della realtà. Anche della opulenta New York ha saputo catturare gli angoli più squallidi, le persone o i ceti emarginati (carcerati, neri e operai) e gli avvenimenti drammatici della cronaca.Ma a rendere inedita la mostra allestita allo Spazio Forma sono soprattutto alcuni documenti inediti del fotografo francese, dalle sue prove pittoriche a carte e foto della sua vita privata.
Nessun commento:
Posta un commento